Monday, October 8th, 2007

da Roma senza amore

Trascorro l'ultima giornata a Roma pensando alle persone incontrate, ai luoghi rivisti, al film di ieri sera. 
Pensando all'arte.
Dopo essermi alzata per l'ennesima volta dalla scrivania di un docente universitario e aver dovuto limitare la mia passione per l'arte ad un non ricordare di dove fosse Cangrande della Scala, sentendomi momentaneamente stupida e giudicata, mi chiedo che forma prenderà questo grande amore per la letteratura dentro di me. 
Sento di inaridirmi per l'ammirazione che nutro per chi sa tutto ma che però non ha creato niente. Giudicare i rischi artistici altrui mi sembra crudele. L'ennesima piega del predicare bene e razzolare male. Forse dovrebbero impedire a chi non crea l'arte di valutarla, perchè sebbene ne sappia sicuramente molto di più di chi la produce, manca di un requisito fondamentale che inevitabilmente ne limiterà le prospettive: l'istinto irrefrenabile di esprimere una dimensione che si realizza nell'aevum dell'arte; a volte individuale, a volte collettiva: ci sono artisti che hanno fatto della loro opera una minuziosa autopsia del sè (si pensi a Frida Kahlo, Van Gogh, Beethoven, Proust) e altri che hanno scelto di rappresentare una realtà comune e di utilizzare la loro creatività per una causa (Guccini, Goya, Pirandello, Virgilio). Espressione estroversa o introversa, l'arte attraverso le sue diverse forme è stato il mezzo migliore da sempre per raggiungere gli altri e coinvolgerli in una dimensione riflessiva.
Eppure mi rendo conto che parlare di arte è improprio; nonostante essa includa molteplici livelli creativi inevitabilmente essi sono strutturati in una scala di difficoltà comunicativa; ci sono arti più facilmente diffondibili e che con più immediatezza raggiungono più o meno vasti ed eterogenei gruppi di persone. La fotografia e la pittura (le arti visive in generale) sono sicuramente le più agevolate: in un istante hanno la capacità di proiettarti con grande precisione nella prospettiva e nell'atmosfera che l'artista si è prefisso. Segue sicuramente la musica, che può facilmente sfruttare molteplici occasioni di incontri per inserirsi e presentarsi. E' giusto dire però che a tale facilità di inserimento si oppone il maggior rischio: nonostante i fischi possano arrivare a tutti, i musicisti sono coloro che (insieme agli attori) li subiscono nel modo più indifeso.
Poi c'è il cinema, il teatro, tutto quel postmodernismo artistico di cui molto poco mi interesso (installazioni audiovisive et similia) e poi, solo poi, la letteratura.
Resto dell'idea che uno scrittore non possa mai dirsi tale se non ha pubblicato un libro, mentre con molto meno ci si può definire pittori, musicisti, artisti (postmoderni, appunto). Scrivere su un blog o avere cento romanzi nel cassetto non rendono certo uno scrittore, anche se paradossalmente pubblicare schifezze che non hanno niente a che fare con la letteratura ti ci rendono eccome.
La letteratura è un'arte anomala: nonostante debba diffondersi come ogni altra per trasmettere il proprio messaggio credo che sia l'unica che più marcatamente nasca a prescindere da un intento comunicativo. Mi azzardo a dire che il suo primo movente sia una spinta introversiva. Non voglio assolutizzare nè tantomeno essere fraintesa: è chiaro che ogni artista senta sempre da dentro di sè nascere la spinta che lo porta all'espressione, ma credo che lo scrittore si distingua perchè sia l'unico che senta in qualche modo già completo il suo percorso artistico dal momento in cui le parole si sono versate sulla carta. Non si può suonare al muro nè appendere quadri al contrario; ma si può scrivere per non essere letti.
Non a caso gli scrittori sono tendenzialmente egocentrici ma estremamente introversi. E' più facile riconoscere un musicista che uno scrittore, anche entrambi amatoriali. Lo scrittore non porta segni della sua arte, ormai neanche quel calletto sul lato sinistro del dito medio. I musicisti hanno lo stampo dello strumento che suonano (le unghie un po' lunghe per la chitarra, il tamburellare per la batteria, la tendenza al fischio per i fiati) e i pittori non hanno mai le mani linde. 
Lo scrittore si nasconde e non può che con difficoltà fare conoscere la propria opera. Non la porta dentro la borsa, non può canticchiarla nè schizzarla su un tovagliolo. Ha necessariamente bisogno della volontà dell'altro, di un tempo superiore ai tre minuti (canonici per un brano musicale e giusti per osservare attentamente un dipinto o una fotografia), di una capacità interpretativa più profonda. Contingenze spesso difficili da realizzarsi contemporaneamente.

Gli scrittori sono gli esclusi dell'arte e amatorialmente sono i più denigrati. E' più facile scoprire un discreto musicista che un discreto scrittore. Il musicista può suonare benissimo brani altrui ed emergere in tecnica, lo scrittore non può certo ricopiare nè tantomeno scimmiottare senza essere ulteriormente screditato. 
Dalla letteratura si esige la massima originalità e non c'è scorciatoia per aggirare la mancanza di talento creativo.

A questo punto, dopo essermi messa dalla parte di chi teorizza senza produrre mi rendo conto ancora più chiaramente che non è il mio posto. Non so se sarò mai una scrittrice o se lo sono mio malgrado, ma di certo non voglio lavorare sui sacrifici e i rischi altrui, seppur palesemente malriusciti, poichè stimo a prescindere l'idea che si abbia avuto la volontà e la tenacia di portare avanti l'amore per la propria opera.

Ma allora...un musicista può innamorarsi di una scrittrice?
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